LA LEGGENDA DELLA BIONDA CASTELLANA DI PIEVE

"All'epoca delle Signorie sulla cima di monte Castello, la collina rocciosa di origine vulcanica che si eleva quasi solitaria di fronte alla vecchia chiesa matrice di Pieve, s'ergeva un castello.

In esso, tra il 1200 e il 1250, viveva una bella castellana di origine germanica: bionda, alta e forte e con le lunghe trecce che le cadevano sulle spalle; l'oro dei capelli contrastava con il nero degli occhi. Suo padre era nordico, la madre orientale. Non era una debole fanciulla in attesa del matrimonio, tutt'altro: dotata di spirito guerriero amava il rischio, la vita dura dei soldati e le insidie dei nemici non le incutevano timore; anzi desiderava ardentemente battersi con loro.

La leggenda racconta che la castellana, per comunicare con la vicina Schio, si servisse di una galleria che collegava il castello e la chiesa del borgo sottostante con la torretta, incorniciata di pini, che sorge ancora in località Cristo. La galleria quindi proseguiva per raggiungere la rocca di Schio.

Si dice che la fanciulla vi passasse montando il suo cavallo e che, lungo le pareti, vi facesse sistemare delle torce e dei dipinti. La galleria, di cui rimangono tuttora dei resti, era stata ottenuta dai minatori asserviti al feudo del castello. Ed è noto che nella zona, a quel tempo, c'erano molte miniere in attività. Si racconta inoltre che molti minatori morti nel corso dei lavori di scavo venissero sepolti lungo le pareti della galleria, che divenne così passaggio e catacomba.

La castellana trascorreva le sue giornate leggendo, tessendo, confondendosi con il popolo che, nonostante certe dicerie, ella amava. Ma pretendeva che gli uomini lavorassero sodo, producessero anche per i giorni in cui l'ala della guerra sfiorava il castello di Pievebelvicino.

In quelli anni un uomo alto, biondo, con la lunga barba fluente che gli copriva il petto, aggirandosi per la Val Mercanti scoperse un minerale ferroso lucente come l'oro, la pirite.

Mezzo mago e mezzo alchimista quest'uomo comprese l'importanza della scoperta e ne rese edotta la castellana. In breve la pirite venne estratta e ceduta alla Repubblica di Venezia in cambio d'armi. Così grazie a quel metallo, località Rillaro venne chiamata d'allora Monti d'Oro.

In quegli anni , sperduti ormai nelle nebbie del passato, la castellana si scontrò un giorno con una schiera guelfa, decisa ad attaccare il castello di Pieve e capitanata da un vescovo guerriero.

L'attacco fallì perchè la nostra eroina, quale furente aquila ghibellina, si slanciò con i suoi soldati sui nemici con tale violenza che gli attaccanti non seppero resistere all'urto; nel corso del combattimento il prelato perse la vita.

All'indomani del cruento fatto d'armi si vide il corpo esangue del vescovo guerriero giacere nella polvere vicino all'antica chiesa; in alto, sul torrione del castello sventolava, in segno di sfida e di vittoria la bandiera rossa e nera con una grande aquila gialla nel mezzo.

La nobile donna era stata più e più volte vittoriosa. Non temeva nessuno e molti, troppi la temevano e odiavano. Bisognava distruggerla. La Val Leogra doveva cambiare padrone.

Così Ezzelino III da Romano decise di farla finita. Studiato attentamente un piano di battaglia mosse con i suoi guerrieri alla volta del castello di Pieve. Venuto a conoscenza, grazie ad un traditore, dell'esistenza della galleria, mentre le sue milizie attaccavano frontalmente il monte su cui s'ergeva la rocca, con un gruppo di fidi guadagnò la via sotterranea e irruppe all'interno del castello, massacrandone i difensori e dando alle fiamme la costruzione.

La bionda castellana, alla vista di tanto scempio e di tanta rovina, non volle sopravvivere e si slanciò, come una belva, nella mischia. Il 4 agosto 1250 il sole, con i suoi primi raggi, illuminò la sua fronte, rossa di sangue. La donna era morta, prima di subire l'umiliazione della sconfitta.

Il castello di Pievebelvicino, con le sue rovine, rammenta ancora ai posteri, a noi che leggiamo, quegli antichi fatti che solo pochi ormai amano raccontare e rinverdire."

Pino Marchi "Leggende della Valleogra" - 1968